Food & Design: contributo di Luisa Bocchietto

bocchiettoFood e design

Il primo luglio scorso è stato presentato a Milano l’ultimo volume ADI Index.

ADI da più di 50 anni, autonomamente, promuove il design italiano. Il suo più impegnativo progetto è l’organizzazione costante del premio Compasso d’Oro. L’Index costituisce, annualmente, la raccolta di quanto di meglio è stato messo in produzione. L’index diventa così preselezione per la giuria internazionale che ogni tre anni assegna il Premio Compasso d’Oro. L’Osservatorio permanente per il design ADI, diffuso su tutto il territorio nazionale, lavora instancabilmente alla raccolta e selezione dei prodotti; centoquaranta esperti distribuiti in commissioni territoriali, commissioni tematiche, comitato di selezione finale. Il lavoro di promozione del design italiano fatto dall’ADI non si limita però alla segnalazione dei migliori prodotti. Ciò che affianca il lavoro di selezione è una continua riflessione critica sui criteri e principi da adottarsi, anche per indirizzare la ricerca.

Accanto alla forma ed alla funzione, originari assunti di base del buon design, i criteri ormai acquisiti sono la riduzione dei consumi, la sostenibilità, il design for all.

Accanto alle categorie merceologiche adottate negli ultimi anni (design per l’abitare, design per l’ambiente, design per la persona, grafica, exhibit design..) durante la presentazione dell’ultimo Index sono state poste in evidenza alcune tematiche che sempre più si stanno affermando e che ci aiutano a descrivere meglio il design contemporaneo.

Tra queste il “public design”, il “design dei servizi”, il “food design”.

Quest’ultimo, il food design, inteso non solo come forma o come nuova interpretazione del cibo, non solo come packaging o come comunicazione legata al prodotto, ma come vero e proprio sistema di valori. Il food design ha valore come sistema in grado di mettere in collegamento tra loro forma, sostanza, comunicazione, confezione, presentazione del cibo e, non ultimo, il territorio. Questo legame con il territorio diventa importante per creare progetti sostenibili che, proprio grazie alla creazione di un sistema di significati, sono in grado di valorizzare contenuti di qualità esistenti e di promuovere capacità produttive.

Il cibo diventa il pretesto narrativo su cui costruire il racconto di realtà imprenditoriali e d’opportunità territoriali. Il recupero di antiche tradizioni si riallaccia alla capacità di rinnovare la qualità produttiva; il food design integra questo panorama con l’apporto di nuovi strumenti di comunicazione, introducendo innovazione progettuale. Nuove sperimentazioni di forme, di sostanze, di proposte di consumo e di presentazione, il contributo della grafica e dell’allestimento, la scenografia in cui viene presentato il cibo diventano il lessico di un nuovo modo di raccontare il territorio e la tradizione.

In questo modo il food design lega innovazione e tradizione e permette di creare opportunità di lavoro in sintonia con l’ambiente e la storia dei luoghi.

Ciò è tanto più significativo se pensiamo a quante attività imprenditoriali si sono allontanate dal nostro paese in cerca di manodopera a basso costo riducendo, inevitabilmente, l’occupazione  e l’accumulo locale di sapere e saper fare.  Un’attività così legata al territorio, invece, potrà rimanere radicata localmente e continuare a produrre beneficio per la collettività.

Sostenibilità, riduzione dei rifiuti, valorizzazione dei giacimenti locali, promozione dell’identità territoriale, ricerca della eccellenza; ci sono tutte le premesse per la realizzazione di progetti significativi. Il food design rappresenta una di quelle categorie d’indagine, nel campo del design, che sarà oggetto di maggiore attenzione nei prossimi anni.

Luisa Bocchietto

Presidente ADI – Associazione per il Disegno Industriale

Discussioni2

testo della discussione

Technology for Food: contributo di Aldo Colonetti

Le trasformazioni del cibo fanno parte della storia dell’uomo, da sempre. Ovviamente, l’homo faber è sempre stato il protagonista, nel bene e nel male, delle modificazioni delle realtà naturali. Già il termine “prodotto” (qualsiasi cosa che l’uomo trasforma diventa prodotto) implica l’intervento di una tecnologia, anche la più elementare, in quanto interviene, concretamente, tra le intenzioni progettuali dell’uomo e il risultato finale.

E’ fondamentale il ruolo della tecnologia affinché il prodotto finale abbia tutte quelle caratteristiche che lo rendano diverso da tutti gli altri.

È un tema delicato: le grandi questioni alimentari, da quelle squisitamente demografiche ai fenomeni di carattere nutrizionale, fino alle grandi questioni, molto delicate, delle modificazioni transgeniche., sono all’ordine del giorno. Per tutte queste ragioni, il termine “food design”, è diventato molto di moda in questi anni; food design, e design for food, sta a significare un po’ tutti i fenomeni che hanno a che fare con gli strumenti e le tecnologie (dalla preparazione alla conservazione fino al consumo finale), con la forma del cibo, fino ai processi industriali che, con una serie di interventi sulla stessa struttura genetica del prodotto naturale, sono in grado di modificare le “prestazioni”, qualitative e quantitative, di ciò che la natura sembra offrire spontaneamente. È necessario affrontare il tema senza pregiudizi: noi crediamo che la tecnologia debba essere il linguaggio della contemporaneità per un futuro concreto e non solo immaginato.

Il corpo e il cibo rappresentano i nostri feticci quotidiani, proprio per la perdita della loro naturalità, e la trasformazione in altro rispetto a ciò che “naturalmente” è nostro. Per parlare correttamente del rapporto tra tecnologie e cibo, è fondamentale riprendere un concetto chiave, definito da Fernand Braudel, quello di “civiltà materiale”: “ la vita è fatta soprattutto dagli oggetti, così scrive Braudel, dagli utensili, dai gesti degli uomini. Solo questa vita lo riguarda nell’esistenza quotidiana, assorbe i loro atti e i loro pensieri. Stabilisce le condizioni della vita economica, il possibile e l’impossibile, il naturale e il non-naturale, costituisce il terreno su cui opera l’economia, la materia che essa lavora, la sua base”.

Non parliamo più, quindi, di una teoria e di una “storia del pane e del vino”; parliamo invece di una storia delle “associazioni alimentari, così come i geografi parlano di associazioni vegetali”.

Da queste considerazioni di carattere generale, proviamo ad individuare alcuni aspetti metodologici perché il tema sia affrontato completamente e con un atteggiamento che rispetti la dialettica “natura-artificio”:

• non esiste nessuna tecnologia che non sia anche espressione del contesto storico, specifico

• la tecnologia è, certamente, espressione di un percorso conoscitivo, ma anche portatrice di ideologie; quando parliamo del rapporto tra cibo e tecnologia, è necessario prendere in considerazione questa dialettica

• non esiste alcun cibo naturale; il suo significato è sempre da ricondurre a contesti, geografici e storici, contesti che una volta conosciuti e definiti, ci consentono di esprimere giudizi più fondati perché relativi e non assoluti

• è comunque necessario fare in modo che tutte le tecnologie, anche le più complesse, pur contestualizzate, siano poi espressioni conoscitive, utili anche in altri contesti

• come scrive Ludwig Feuerbach, nella sua Critica dell’Idealismo, “io non sono soltanto un ente che è fuori dell’altro, ma io penso soltanto in quanto sono mente esterno all’altro. Il mio pensare predispone un tu, un oggetto in generale. Solo così sono in grado di realizzarmi”; non esiste proprio per queste ragioni, né la natura come ente, né, tantomeno, il cibo e la tecnologia.

È il relativismo della cultura, come delle tecnologie e, nel nostro caso, dei miti e riti alimentari, che ci consente il dialogo, la crescita, l’integrazione, superando le identità individuali senza però negarle.

Aldo Colonetti

qualcosa di creativo e provocatorio

Luca Minetola

La direzione presa da eataly è una e abbastanza particolare sotto alcuni aspetti se vogliamo e non è detto che sia quella del tutto giusta per il contesto sociale allargato.
Dopo aver fatto un passo indietro, se ne possono fare mille in direzioni differenti e altrettanto valide.
Si può anche pensare qualcosa di creativo e che utilizzi un linguaggio provocatorio per comunicare qualcosa alla gente, senza necessariamente trovare una soluzione.
Alcuni concetti e alcune basi come dici tu esistono già e gli spunti che possono dare sono veramente molteplici

eataly?

Marco Baudraz
Trovo interessante lo spunto di Luca invece e direi che conferma una volta di più l’idea di informare e rallentare, ovvero ottimizzare la tecnologia a disposizione e non seguire la strada già delineata dal modello economico sin qui adottato.

Direi che però viene a delinearsi qualcosa di simile a eataly…

Mi viene da pensare che come abbiamo già visto in altri casi, quello che stiamo cercando ci sia già, solo che è sparso.
Il vuoto a rendere, i distributori automatici di liquidi, i prodotti venduti al chilo, la valorizzazione degli ingredienti e dell’origine… sono tutte cose che in realtà esistono e sono applicate in molti settori, ma non coinvivono mai tutte insieme.

packaging, distribuzione e cultura

Luca Minetola
Ogni volta che sento parlare di cibo (ammetto che sono abbastanza ignorante in materia) mi sembra quasi sentire parlare di design. E’ sulla bocca di tutti, ma pochi sanno bene di cosa stanno parlando.

Il problema secondo me sarebbe interessante magari analizzarlo su 3 punti di vista:

- packaging
- distribuzione
- cultura
Avevo letto un articolo di Starck sulle bio-plastiche dove sosteneva sostanzialmente che i terreni coltivabili nel futuro serviranno per produrre cibo sufficiente al fabbisogno mondiale, e non bio-carburanti o bio-plastiche.

- Packaging
Oltre ad essere nella maggior parte dei casi inutili, va assolutamente limitato se non abolito, anche per una questione energetica di produzione, ritiro e reciclaggio. Sono più dell’idea di tornare ai contenitori duraturi e riutilizzabili (latta per la pasta, vetro per latte-acqua…)

- Distribuzione
Il settore dell’alimentare nei centri commerciali credo che abbia uno spreco di cibo assurdo, quasi come quello del legno dell’ikea. Sarebbe interessante studiare una proposta dove questo settore si avvicinasse molto più all’idea di un mercato coperto. Meno brand e prodotti che vengono venduti al banco al dettaglio.
Tra gli scaffali ormai non si sceglie più il cibo che si vuole, ma praticamente si può dire che si mangi il brand, nessuno quasi legge più gl’ingredienti. So qual’è la differenza organolettica tra uno yogurt alla mela Danone e uno Tapporosso, ma non so da cosa dipenda. La scelta la posso compiere solo sulla marca. Magari sarebbe interessante sapere quali qualità di mele o di latte usano..usare la qualità stessa di un genere alimentare come Brand.

-Cultura
Il cibo riesce a coinvolgere tutti e 5 i sensi già come si presenta in natura, più tutte le altre caratteristiche nutrizionali, perchè non sfruttarle? Bisogna fermarsi un attimo e trasmettere la cultura del cibo in qualche modo. Hanno tirato fuori i sistemi con i codici a barre che permettono di sapere tutto su un prodotto. E’ l’unica strada? O si può fare una cosa di più semplice alla portata di tutti, un passo indietro? Fermarsi e imparare un po’ di più su cosa abbiamo nel piatto? Studiare magari un sistema di comunicazione intuitiva, anche grafica per trasmettere delle informazioni VERE su un prodotto?

servizio alla comunità

Diego Valazza

Scusate, premetto che ho dato una lettura veloce al tutto ma…non mi sembra di aver riscontrato alcuna proposta di servizi: è vero che l’imprinting è “industrial” ma un concetto di sostenibilità volta esclusivamente alla produzione mi sembra un controsenso.
Progettare per la scala industriale dovrebbe avere il significato di rendere servizio ad una comunità (l’utenza), per questo penso che dovremmo lavarci (e non sporarci) le mani e cominciare a pensare un po’ di più.

informare l’utente

Marco Baudraz

Scusate se comincio a tirare le somme :)

Da tutto quello che abbiamo detto in ambito Design+Sostenibilità+Food il succo del discorso è “informare l’utente”. E ci mancherebbe altro, senza conoscenza non c’è comprensione e quindi non si può pensare di ottenere dei risultati.

E’ infatti sempre il problema principale che ci distingue e ci fa stupire quando andiamo all’estero. L’italiano medio è ignorante, disinformato, incivile (mi ci metto anche io).

Ma il problema maggiore è l’inciviltà, ovvero la scarsa coscienza civica, che non viene insegnata a scuola e raramente trasmessa dai genitori e ancora meno raramente tra individuo e individuo.

A questo punto mi si delinea più un design sociale, che arrivi a definire un progetto che coinvolga attivamente l’utente, quello che poi si può leggere dagli interventi precedenti, dall’orto alla GDO.

Starei attento a non cadere nell’antro della pubblicità progresso o delle superetichette con mille
diciture; il concetto di fondo di informare il cliente è corretto, ma lavorando nel settore vi posso dire che allo stato attuale le normative sui testi legali sui pack divengono sempre più articolate e complesse,
le etichette rimangono sempre della stessa dimensione e i contenuti aumentano… oltretutto la gente non le legge e anche se volesse non potrebbe perché è scritto tutto molto piccolo.

Farei uno scatto in più, pensando a dare queste conoscenze in modo differente e più immediato, grazie al design appunto.

Invece la direzione indicata da Mac, mi sembra un’altra, più confinata, che sicuramente può portare a dei risultati in più breve termine e (forse) più facilmente.

consumatore consapevole

Ale Fux
Credo molto nella necessitá di rendere il consumatore consapevole dell’impatto ambientale delle sue azioni e delle sue scelte quotidiane. A questo indirizzo si puó vedere un interessante schema, che relaziona il consumo (diretto e indiretto) di acqua per alcune situazioni di ogni giorno, offrendo all’utente la possibilitá di scegliere piú consapevolmente.
http://awesome.good.is/transparency/web/trans0309walkthisway.html

Questa stessa informazione, per esempio, potrebbe entrare a far parte dei valori comunicativi del packaging o del prodotto stesso, un po’ come avviene per l’informazione nutrizionale dei cibi, la loro provenienza e tracciabilitá.
Nel Regno Unito, ad esempio, è molto piú radicata che da noi la consapevolezza dell’impatto ambientale, tanto che al momento dell’acquisto di un prodotto , la sostenibilitá è un fattore importante che ne condiziona la scelta. Questo è ottenuto grazie, tra le altre cose, ad una corretta comunicazione da parte delle aziende.

bio bottle


PS.
la “sguanciatura” del gianduiotto è un perfetto paradigma di
applicazione della tecnologia al cibo (cui faceva rifrimento il mio
post iniziale)

A proposito di aziende del territorio:
Oggi
ho letto che Alberto Bertone (ceo di acqua Sant’Anna) ha realizzato la
prima bottiglia BIO per acqua minerale: materiale naturale (viene dal
Minnesota ma è stata reso trasparente da noi…) biodegradabile in
circa 80 giorni (tappo a parte).
Un risultato notevole in termini
di sostenibilità, se è vero quanto afferma Bertone che 50 milioni di
bottiglie bio realizzano un risparmio di 13.600 barili di petrolio e
meno emissione di anidride carbonica pari a 3.000 auto da 10.000Km/anno.
http://www.santanna.it/promo/biobottle.html